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 PAURA DELLA LUCE?

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gianfranco

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MessaggioTitolo: PAURA DELLA LUCE?   Mar Mar 17, 2009 3:46 pm

PAURA DELLA LUCE?
...E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio...
Giovanni 3,14-21

Da un po' di tempo questa frase, uscita dalla bocca di Gesù in occasione del colloquio notturno con Nicodemo (un «notabile» giudeo) mi mette a disagio.
Ho l'impressione che, oggi, almeno in certi casi, non corrisponda più alla realtà.
«Chiunque fa il male, odia la luce».
E, invece, c'è un fracco di gente che compie porcherie assortite, si abbandona a ogni sorta di malvagità, si specializza nelle mascalzonate più disgustose, compie atrocità agghiaccianti, predica e pratica l'odio e la violenza, eppure esibisce il tutto in piena luce, richiamando addirittura l'attenzione del pubblico, concentrando i riflettori più abbaglianti sulle azioni più nefande.
Mai come oggi il male viene esibito, pubblicizzato, reclamizzato. Non solo giustificato. Addirittura esaltato, onorato.
«Chi opera la verità viene alla luce...» Pare, al contrario, che il pudore, la vergogna, si siano trasferiti nel campo del bene, dell'onestà, della fedeltà, della generosità.
Gli «operatori della verità», coloro che prendono sul serio il vangelo, si ostinano a restare fedeli ai propri ideali, non compaiono sui giornali, vengono ignorati sistematicamente dai mezzi di informazione, non interessano i mass-media.
Sembra che il buio, il silenzio — non la luce! — accolgano i guizzi di verità, di bontà e di pulizia che pure non scarseggiano in questo nostro mondo.
Assistiamo a una specie di volgare ribaltamento della dichiarazione di Gesù: il bene sospettato, deriso, censurato, perfino diffamato, condannato all'oscurità. E il male glorificato, esaltato.
Anche in certi ambienti cristiani non è che la luce sia di casa. Sì. Viene invocata. Ma solo quando si tratta di mettere in evidenza le malefatte dell'avversario, del vicino.
Non si ha paura della luce esclusivamente quando è destinata a frugare in casa altrui.
Allorché ci sono di mezzo le nostre magagne, esigiamo il buio, o almeno la penombra.
La chiarezza, la trasparenza sono sempre per gli altri.
Difficilmente abbiamo il coraggio di riconoscere i nostri torti.
E ci si arrabbia soltanto perché «si è saputo», o se ne parla.
Non riusciamo ad ammettere che il mezzo più sicuro per impedire che i pasticci si conoscano, è quello di non combinarli! L'unico modo per impedire gli scandali e lo scandalismo è quello di scandalizzarci noi, prima di compiere certe azioni non proprio ortodosse! I rimorsi è sempre meglio averli prima!
Già. Rassomigliamo un po' tutti a Davide.
Lui aveva sistemato le cose per benino. Approfittando del suo potere, aveva spedito Uria in prima linea a farsi infilzare dalle frecce nemiche. Il piano era perfettamente riuscito. Ora poteva tenersi tranquillamente Betsabea senza più avere tra i piedi quell'intruso di marito legittimo. Tutto a posto, evitato lo scandalo, nessuno più poteva rimproverargli nulla.
Per i cosiddetti grandi, e per i grandi di tutte le tacche, l'essenziale è salvare l'apparenza esteriore, visto che la coscienza è stata da tempo debitamente anestetizzata. Non importano le porcherie, purché la facciata risulti inappuntabile.
Ma Dio, che non aveva gradito tutte quelle luride manovre, manda Natan a demolire la facciata e a risvegliare a suon di ceffoni la coscienza del re. Leggere l'episodio nel secondo libro di Samuele, al capitolo dodici.
Il profeta prende le cose un po' alla larga. I potenti non amano sentirsi rinfacciare le colpe, e quindi ci vuole un minimo di cautela.
Così Natan racconta la storiella del ricco sfondato che compie il sopruso vergognoso a danno del poveraccio che possiede un'unica pecora. E intanto sbircia le reazioni del re, che a mano a mano procede il racconto, si sta infervorando, scandalizzando, infuriando sempre più. Natan, molto abilmente, calibra i toni della favoletta fino a portare Davide al massimo dello sdegno. E quando il re sbotta a gridare tutta la sua indignazione, gli punta contro, implacabile, l'indice accusatore:
— Tu sei quell'uomo!
Ecco. La Parola di Dio è luce fastidiosa, diversa. E’ essenzialmente rivelatrice del peccato. Il mio peccato.
Io, abituato a divagare, a scantonare nei meandri delle giustificazioni di comodo, delle attenuanti, degli alibi.
Io, impegnato a scoprire le colpe altrui e a mostrarmene scandalizzato.
Io, sempre disposto a minimizzare le mie mancanze fino a renderle invisibili (e la memoria, da parte sua, si incarica di dimenticarle puntualmente; con tutto quello che ha da fare per non lasciarsi sfuggire, quelle, gigantesche, degli altri...).
A un certo punto, però, ecco una Parola-luce che mi inchioda: — Tu sei quell'uomo.
colpevole sei tu, non un altro.
Il peccato è quello tuo, non quello del tuo prossimo.
Se voglio scoprire l'estensione del perdono di Dio, devo accettare, prima di tutto, di lasciarmi rinfacciare dalla sua Parola il mio peccato.
Non si può capire e gustare il perdono se non si prende lucidamente coscienza della propria colpa.
«Pietà di me, o Dio» (Sal 50, 1).
Sì, abbi pietà di me innanzi tutto... non avendo affatto pietà. Ossia rivelandomi, ruvidamente, senza mezzi termini, senza diplomazie, senza discorsi sfumati, il mio peccato.
E dicendomi, duramente, che ciò che ho commesso è un'enormità, non un'inezia.
Soltanto accorgendomi del mio peccato come enormità, potrò scoprire l'enormità della Tua misericordia e del Tuo perdono.
Non mi deve interessare il punto di vista della massa, dell'opinione pubblica, dell'ideologia di turno, sul male. A un cristiano deve interessare unicamente il punto di vista di Dio sul peccato.
Il violoncellista Pablo Casals confessava di essere solito pregare così al termine della giornata: «Signore, perdonami, anche quest'oggi sono stato una bestia. Non lo farò più».
Dal punto di vista di Dio, questo può bastare.
Quando l'uomo ammette, riconosce le proprie stupidaggini, non vanta i propri errori come imprese gloriose, allora Dio entra in azione. Allora Dio si rivela come amore.
La Parola di Dio non si limita infatti a rivelare all'uomo il suo peccato (episodio di Davide e Natan).
La Parola di Dio si fa carne e viene a cercare il peccatore, non per giudicarlo e condannarlo, ma per riconciliarlo.
«Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato».
E credere in lui vuole dire, anche e soprattutto, credere nella sua misericordia, nel suo perdono, nella sua «debolezza» nei confronti dell'uomo.
Dio, dunque, non si accontenta di illuminare il peccatore, di fargli prendere coscienza della sua colpa, ma si rende promotore dell'incontro, attraverso il Figlio, per regalargli il perdono.
Giustamente è stato osservato che i malati vengono portati a Cristo. Ma i peccatori Lui va a cercarseli. Si reca Lui da loro. Si siede alla loro mensa, con grave scandalo dei benpensanti.
Cristo non parla ai peccatori in generale.
Né parla del peccato in termini astratti. Lui, medico, non si occupa genericamente di malattie. Si occupa e si preoccupa dei singoli colpiti dal male del peccato.
I peccatori li accosta a uno a uno (Samaritana, Zaccheo, adultera, Maria di Magdala, il ladrone, Pietro...). Il recupero avviene attraverso un rapporto personale, diretto, fatto di comprensione, fiducia, discrezione.
Cristo si china su di me. E la luce che mi fornisce, per quanto scomoda, è una luce che mi rimette in piedi. Disposto a camminare, con Lui, su un'altra strada...
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