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 Sulla tavola....

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gianfranco

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MessaggioTitolo: Sulla tavola....   Lun Gen 11, 2010 1:58 pm

Seconda Domenica del tempo ordinario
SULLA TAVOLA DEGLI UOMINI C'E’ TUTTO E NIENT'ALTRO!
Non hanno più vino...
Giovanni 2, 1-12

Il primo miracolo riferito da Giovanni è un miracolo compiuto da Gesù per assicurare il superfluo, non il necessario. Si tratta, infatti, non del pane, ma del vino, e per di più destinato a commensali che sono già discretamente brilli.
Possiamo subito cogliere la lezione fondamentale: la salvezza recata da Cristo si colloca in una prospettiva di assoluta gratuità.
Soprattutto l'amore di Dio, manifestato, «notificato» in Cristo, è un amore gratuito, «immotivato», all'insegna del dono.
Quindi, anche il nostro amore al prossimo, come risposta all'amore di Dio, non può essere che sotto il segno della gratuità.
Mi pare che proprio la carità cristiana faccia saltare un'opposizione artificiale: quella tra superfluo e necessario.
La giustizia può assicurare che ciascuno, a tavola, abbia il suo piatto, calcolato in base alle sue necessità. Il cristiano non si accontenta di questo. Deve assicurare il vino «superfluo», senza il quale verrebbe a mancare la gioia di vivere.
Anche il superfluo, in certe circostanze, può risultare indispensabile.
Un povero, talvolta, può avere bisogno di un fiore prima ancora che di un piatto di minestra, di un sorriso più che di un'elemosina, di un po' del nostro tempo e della nostra attenzione, più che del nostro aiuto.
Il povero richiede dignità, prima ancora che compassione. Una carità sciatta, burocratica, che si limita al dovere, allo stretto necessario, è l'opposto dell'amore.
Non è possibile amare senza un pizzico di fantasia.
Non si tratta soltanto di rispondere alle attese.
Il compito più urgente può essere quello di «sorprendere», ossia di produrre l'inatteso, l'imprevedibile.
E, in un'altra prospettiva. Mi torna in mente la frase «rivelatrice» che Cristo ha detto al giovane ricco: «Una cosa ti manca...»

Ecco, io credo che lo specifico della vocazione cristiana consista nell'assicurare sulla tavola del mondo ciò che manca, ciò che è stato dimenticato.
Il cristiano è incaricato di offrire ciò di cui c'è penuria nella nostra squallida civiltà dell'opulenza.
Il mondo d'oggi va fiero delle sue conquiste, si vanta di stare sotto il segno del progresso.
Progresso significa fare molta strada, correre, andare sempre più in fretta, abolire le distanze.
E tutti gli uomini sono afferrati da questo ritmo frenetico. L'uomo moderno corre, corre troppo, è divorato dalla smania della velocità.
Ma nella sua corsa affannosa ha finito per lasciarsi alle spalle parecchie cose importanti: Dio, la preghiera, la contemplazione, l'attenzione. Anche lo spirito si è perso per strada. Un teologo ha detto che lo spirito è stato fatto morire per la causa più banale: l'indigestione. Un altro studioso ha osservato che, nella fauna del mondo, è spuntata una specie inedita di ateo: «l'ateo gastrico». Non più l'ateo che rifiuta Dio per motivi razionali. Ma l'uomo che, avendo la pancia piena, non sa più che farsene di Dio.
Eppure, secondo una formula efficace, Dio è gratuito ma non superfluo.
Avendo dimenticato Dio, l'uomo ha finito per dimenticare addirittura se stesso, ha smarrito la propria identità. Ha perso il «senso» del suo gran correre. Non sa più dove va e perché.
L'uomo, questo smemorato.
L'uomo, questo sbadato.

Ma anche: l'uomo, questo insoddisfatto.
«L'uomo d'oggi ha tutto e niente altro» (card. S. Pignedoli).
Armato di diritti, nutrito e ipernutrito, può disporre di piaceri e di comodità che gli vengono offerti in abbondanza dalla tecnica, può concedersi tutte le libertà cui la cosiddetta società permissiva lo... obbliga, può scatenarsi in una grande «abbuffata».
Gli manca, però, qualcosa. A lui che ha tutto manca il più: l'essenziale.
Non ha bisogno di denaro.
Ha bisogno, semplicemente, di tutto ciò che il denaro non può dare.
L'uomo, questo frustrato.
La psicanalisi sottolinea i disastri provocati in un essere dalla repressione o rimozione dell'istinto sessuale. Ma nessuno si preoccupa di mettere in guardia l'uomo moderno dai guai provocati dal soffocamento del suo istinto del divino.
Mi ha sempre impressionato la confessione di un uomo che, durante la sua vita, si è tenacemente impegnato in campo sociale: «No, non rimpiango ciò che ho fatto. Però mi rendo conto che l'uomo, per quanto gli si allarghi il piatto della minestra e della pietanza, avrà sempre bisogno di qualcos'altro».
Siccome, però, abitualmente l'uomo pare non avvertire ciò che ha perduto, anzi ormai vi si è rassegnato, tocca a noi cristiani rendervelo cosciente, risvegliando in lui la nostalgia di ciò che ha smarrito.
Siamo capaci di assicurare questo qualcos'altro di cui il mondo, nella sua ebbrezza consumistica, si è impoverito?
La salvezza non sta nell'aggiungere qualcosa.
Ma nel far accorgere di... qualcos'altro.
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